LUNGI DALL’ESSERE ADATTO – ANDREA CIOFFI

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Nome: Andrea

Cognome: Cioffi

Anno: 1990

Arte: attore teatrale e cinematografico

“LUNGI DALL’ESSERE ADATTO” Scritto e diretto da…

Se mai si dovesse mettere in scena la vita e la carriera di Andrea Cioffi, questo titolo, a parer mio, racchiuderebbe il suo essere e avrebbe un successo clamoroso!

Aperto il sipario, siamo catapultati in un mondo adatto agli adattati, i quali adottano atteggiamenti ormai poco dotti, ma dettati da altri. Detto questo, al centro del palco, un ragazzo, illuminato solamente dall’occhio di bue, si specchia tenendo in mano una copia della propria testa e ripete: «Essere o non essere? essere o non essere? essere o non essere? Questo è ciò che ci chiedono di essere».

Andrea Cioffi è cio che è, un disadattato, come egli stesso si definisce, osservatore attento di un arte qual è la recitazione, che non richiede di adattarsi al personaggio, ma di essere il personaggio, interpretare un altro sé, pur rimanendo se stessi.

Quindi, con baldanza, gaiezza e disincanto, seguiamo le orme di Andrea Cioffi…lungi dall’essere adatti!

1 – Che cos’è per te l’arte?

Non sono mai abituato alle domande.

Mi mettono in soggezione, come se dovessi dare la risposta giusta, che sennò mi danno un brutto voto e mi rimandano a casa. Soprattutto quando è una domanda così delicata! Si può in un niente dare una risposta presuntuosa, una risposta superficiale, una risposta banale e chi più ne ha, più ne metta.

Che cos’è l’arte? L’arte è un regalo. L’arte è quella cosa che sta tra l’artista e il mondo.

L’artista dal mondo riceve qualcosa, che presuntuosamente chiama “emozioni” e le trasforma. Le trasforma in qualcosa di bello. Non canonicamente bello, va detto, poiché un’opera d’arte può essere anche tanto bella da essere brutta, o viceversa. Ma la trasforma. O forse semplicemente la mostra. In fondo un artista ha il potere e la responsabilità di mostrare a quelli che non hanno visto ciò che lui ha visto, che cosa si nasconde davanti ai propri occhi. Per farlo, ovviamente, ha da sviluppare delle tecniche ben precise per comunicarlo. Altrimenti diventa un delirio! La differenza tra un pazzo e un artista è nella tecnica, ritengo. (del resto tecnica deriva dal greco τέχνη , téchne : “arte”, appunto).

Le “emozioni” giocano un ruolo fondamentale, poiché sono quelli “gli occhi” a cui mi riferisco. Altrimenti uno non farebbe arte, ma scienza.

Che pippone che ho tirato, Dio mio.

2 – Chi ti osserva le prime volte, soprattutto fuori dal palco, coglie da subito il tuo estro artistico, il tuo essere mattatore e intrattenitore anche nella vita di tutti i giorni. Come e quando è nata la tua avventura nel mondo del teatro? 

Il mio “essere mattatore e intrattenitore” (definizione per cui ti ringrazio profondamente) io lo chiamo “essere disadattato”. Disadattato al mondo, alla società, che quindi mi vede come fuori luogo.

Sono così da quando ho memoria.

Davvero, ho sempre voluto fare l’attore, prima ancora di sapere che cosa volesse dire fare l’attore (a parte una piccola parentesi, intorno ai tre anni, in cui volevo fare il Papa, ma tutti hanno un lato oscuro). Inizialmente era qualcosa di molto simile a “voglio fare tutto, vivere la vita di tutti, vivere tutto ciò che non mi basterebbe una vita soltanto a vivere.” Poi si è sommato a questo un bisogno che qualcuno ha definito “Sociale”. Non in termini intellettuali, impegnati e main stream; sociale può essere anche soltanto causare una risata, un effetto, insomma, diretto sulla società. Tornando all’inizio, per l’appunto, dall’essere semplicemente disadattato io ho scelto di essere disadattato. Perché adattarmi ad un mondo che non mi rappresenta? Allora restando non adatto a questo mondo, al mondo provo a dare qualcosa.
Proprio per questo a 14 anni ho iniziato a studiare la tecnica di cui sopra. Uno studio meraviglioso da cui non bisognerebbe riposarsi mai.

3- Una curiosità. Quando parliamo di teatro non si può non citare William Shakespeare. Oltre al genio dello scrittore inglese, secondo te, quali altri protagonisti si possono accostare alla storia e all’evoluzione del teatro?

Io non sono un amante di Shakespeare. Sono il marito. (semicit.)

Ciò detto, è veramente una domanda impegnativa.

Non credo che si possa fare un Bignami di un’arte che negli ultimi 3000 anni è stata specchio della società; si potrebbe parlare per ore, senza andare a parare da nessuna parte. Non si può parlare di Shakespeare senza parlare dei tragediografi Greci, delle commedie latine, del teatro medievale e della commedia dell’arte. Che pure se sembrano due righe di roba, sono duemila anni di storia. E dopo William ci sono stati tanti di quegli autori che citarne uno significherebbe fare torto a qualcun altro.

Se vuoi ti posso fare la mia superclassifica dei drammaturghi, tipo festivalbar, però del teatro!!

In lontananza, rumore di ossa che si contorcono nella tomba.

Alla posizione numero 5, signore e signori, Moliére!

Alla posizione numero 4, in salita rispetto alla scorsa stagione, Harold Pinter!

Alla posizione numero 3, non per demerito, ma semplicemente per posteriorità storica, va il partenopeo Eduardo De Filippo!!

Alla posizione numero 2, signore e signori, la classifica si scalda, pur spostandoci nella fredda Russia con Anton Cechov!

E alla posizione numero 1, come annunciato nei titoli e attualmente imbattuto da innumerevoli settimane, il cigno dell’Avon, il bardo, il solo e unico William Shakespeare!!!!

Scherzi a parte, te ne dico 5 che mi colpiscono per la loro capacità, in momenti e luoghi diversi, di rappresentare gli esseri umani. Leggendo le opere di questi autori (e anche di molti altri, bada bene) si ha l’impressione che i loro personaggi vivano in tutto e per tutto. Gli sproloqui di Shakespeare, come i silenzi di Cechov, come i modi di dire di Eduardo, i paradossi di Pinter o l’esasperazione di Moliére, contengono tutti la stessa cosa: La terrificante incomunicabilità dell’animo umano. E non c’è niente, temo, che mi affascini di più.

4 – E’ da poco presente nelle sale il film LA BUONA USCITA, diretto da Enrico Iannaccone, classe 1989, ambientato a Napoli, dove interpreti la parte del fratello minore di Marco, il protagonista del film. Che personaggio ti è stato cucito addosso e che tipo di Napoli bisogna aspettarsi? Perchè andare a vedere questo film?

Andrea Macaluso è uno stronzo. Diciamoci la verità. Non è uno stronzo per quello che fa, ma per come lo fa. A differenza del fratello Marco Macaluso, Andrea è, sì spietato, ma forzatamente spietato. Questo lo rende peggiore rispetto fratello maggiore, che nella sua strafottenza è quasi un illuminato. Andrea è un giovane imprenditore, ricco, viziato, abituato ad avere tutto o a prenderselo. In perfetta armonia con la Napoli cinica, borghese, spietata che il film mostra. Che il film mostra senza mai prendere una posizione morale, questo ci tengo a precisarlo! Perché non è un film convenzionale, questo. E’ un film  innovativo soprattutto nel suo approccio narrativo alla società: teatrale, ma mai basato sui cliché, duro ma mai austero, divertente senza mai diventare comico. Una delle prime recensioni uscite sul film dichiarò : “Una chiara idea di cinema”. Ecco, io credo che una delle grandi qualità di Enrico sia questa: lui fa arte. La fa in modo puro e assoluto! L’arte di cui parlavamo prima, intendo.  Non fa film per essere ruffiano, non fa film per piacere alla gente, non fa film per portarsi a casa i complimenti e di conseguenza fa film che emozionano, pur uscendo del tutto dai canoni del cinema italiano.

E Dio lo benedica per questo.

5 – Oltre a recitare a teatro e al cinema, insegni recitazione a scuola. Qual è il tuo metodo d’insegnamento e quali benefici  può dare il teatro ad un adolescente?

Il mio metodo d’insegnamento, sinceramente, non lo so quale sia.

Non provo ad insegnare la tecnica teatrale più precisa, non provo a inculcare dei dogmi o delle regole. Provo ad ascoltare i ragazzi, e quando sento che una voce sta uscendo, per dire qualcosa, grido assieme a loro perché tutti lo sentano. Insomma, facciamo teatro. Loro mettono a mia disposizione la loro anima, io la mia esperienza, tutto qui. I benefici che ne traiamo sono reciproci. Io da loro imparo tantissimo su di me, sulla mia tecnica, loro imparano a rispettarsi un po’ di più. Se stessi e gli altri. Viviamo in un mondo  in cui ci insegnano sempre la sfiducia, il disfattismo, il rimprovero, l’apatia. Il nichilismo, proprio.

A me piace lavorare sull’empatia, sulla collaborazione, sull’ingenuità, sulla fiducia. Che cosa si scateni dentro i ragazzi io non lo so e non voglio saperlo. Ma sono sicuro che quando li guardo (e loro non lo sanno) li vedo brillare di una luce diversa, dopo che hanno scoperto questo mondo incantato dove io ho la fortuna di vivere da un po’ e dove mi sforzo di trascinarli. A prescindere che stiano recitando o meno.

6 – Quali artisti hanno influenzato l’Andrea Cioffi attore?

Oltre agli autori che ho già citato (e che comunque segnano la testimonianza della storia) per un attore è molto importante l’imitazione.

Che non sia cattiva imitazione, però! Quella la fanno tutti ed è per questo che in pochi riescono fare propria un’arte. Buona imitazione! Ossia osservare qualcuno e rubargli il mestiere. Il mestiere, non i vezzi. Potrei dire che mi hanno influenzato tanto i De Filippo, quanto Harrison Ford, quanto i Monty Phyton. Un attore deve molta sua influenza al suo essere spettatore; e io ho sempre fatto tanto lo spettatore.  Vorrei però che restasse un’influenza molto superficiale, una vaga ispirazione. In quanto artista, immagino che la mia realizzazione debba prescindere dall’essere sterilmente comparato con gli altri. Un confronto tra professionisti sì, con colleghi sempre più esperti di me, magari! Ma il rischio dell’influenza, dell’emulazione, è di ritagliarsi uno spazio all’ombra che ti confesso non interessarmi.

TRAILER DEL FILM LA BUONA USCITA

 

 

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