UN POETARE VAGABONDO – FRANCESCO QUADRI

 

Nome: Francesco10557161_745167585528954_6549912869950367563_n

Cognome: Quadri

Classe: 1989

Arte: Pittore/Illustratore

 

 

DEEN!

E’ l’ultima fermata, poi il capolinea.

Sull’autobus i pochi corpi rimasti sono addormentati o ubriachi della loro giovinezza.

“Capolinea!” risuona la voce dell’autista e quelle anime diafane, alla ricerca di un appiglio o di risposte, scese troppo in fretta, si fanno largo con le braccia tra il vuoto di una sera già vissuta o dimenticata. L’autista sta per uscire, quando nota un ragazzo seduto sul fondo; capelli sbarazzini, occhiali, cravatta e una giacca di lana color verde. Si avvicina “Ehi, è già la seconda volta che non scendi, ti sei perso? Qual è la tua fermata?” il ragazzo sorride “Io non ho fermate, ho una matita e un foglio, mi basta questo!” Nei fogli sparsi sul sedile accanto sono impressi volti, pensieri, preoccupazioni e storie di ciò che l’occhio poetico di quel ragazzo è riuscito a catturare dal fondo di quell’autobus senza fermate.

Questo è Francesco Quadri, un poetare vagabondo, senza uno STOP che interrompa il cammino della sua immaginazione, ma con in mano un mondo da “graffiare” sul foglio.

 

1- Che cos’è per te l’arte?

Potrei dilungarmi in verbose argomentazioni filosofiche, o forse lanciare misteriosi anatemi apparentemente profondi. La verità, onestamente, è che non credo di saper rispondere. Forse è un modo, un mezzo, un veicolo multiforme con cui l’uomo cerca di comunicare un pensiero o una suggestione. Il tutto inzuppato e filtrato da stratificazioni culturali, di costume, di vissuto quotidiano e declinato in incalcolabili volti e stili. Ci tengo a sottolineare, però, che ogni singola parola di questa mia risposta zoppicante può essere confutata e contraddetta da me e da chiunque altro in qualsiasi momento.

2- Voler sapere disegnare bene è un desidero di molti, saper disegnare bene è una fortuna per pochi. A che età hai intuito di avere ricevuto questo “dono” e quando hai capito che sarebbe diventato il tuo lavoro?

Certamente ho imparato a tenere una matita in mano prima di saperne pronunciare il nome. Ricordo che le galline e le aquile furono i miei primi veri soggetti; avevo tra i due e i tre anni. Parlando della mia esperienza, al netto della passione per la pittura, per la scrittura, o per il cinema, ho capito che il disegno sarebbe stato la mia prima e più sincera forma di espressione da quando non potevo più farne a meno. E’ uno stimolo profondo, come una vertigine che nasce dalla bocca dello stomaco. Ti rendi conto di non essere mai pago di ciò che vedi o senti passare davanti a te; hai il costante, ossessivo bisogno di metterlo su carta, in fretta, nel più chiaro dei modi. Così che lo si possa conservare nella memoria. Certo, c’è anche un forte egocentrismo in tutto questo, bisogna che lo ammetta.

Ho capito che poteva diventare un lavoro quando mi sono reso conto degli impieghi molteplici che tutt’oggi una mano come la mia avrebbe svolto. Confesso, ahimè, di essere un pessimo amministratore delle mie capacità; non certo una qualità invidiabile, in un mondo precario di pescecani come questo, ma sto pian piano facendo passi in avanti.

3 – Parliamo delle tue opere. Osservandole e confrontandole si capisce, o penso di aver capito, che l’essere umano, lo studio dell’individuo inserito nel suo contesto sociale è uno dei temi che ricorre e che ti appassiona di più. Nell’osservare queste piccole bolle di realtà cosa cerchi di trasmettere con le tue opere?

Credi di avere sempre chiaro ciò che stai dicendo, poi arrivano domande così puntuali e ti rendi conto di quanto sia complesso parlare di ciò che viene istintivo riprodurre. E’ vero, l’essere umano mi ha sempre attratto, sotto numerose sfumature, spesso contrastanti. Amo le sue forme fisiche e sociali, i suoi mutamenti, le sue incalcolabili sfaccettature e parcellizzazioni, la sua ambiguità. Ma allo stesso tempo lo temo, ci temo, per la nostra capacità di fondere la crudeltà animale, che ci spinge alla sopravvivenza, a una coscienza unica tra le forme viventi, che ci porta a compiere gesti sublimi ed efferati allo stesso tempo. Vedo un costante bisogno di trovare delle divinità che diano voce al mondo che viviamo, forse anche per darci l’alibi di sentirci divinità a nostra volta, nella nostra quotidianità. Ecco, parte del mio interesse verso l’essere umano passa da qui; e in quanto tale si traduce in un piccolo esorcismo grafico, di cui ogni divinità necessita, prima o poi.

4 – Quale tecnica pittorica prediligi? C’è sempre un significato nel scegliere una tecnica per quella determinata opera o è pura sperimentazione?

Da sempre mantengo una sostanziale stabilità nella scelta delle tecniche favorite. Un po’ per pigrizia, un po’ per praticità. Fondamentalmente seleziono le tecniche che mi consentono velocità e pochi ripensamenti, perché nel lavoro ragionato e prolungato nel tempo mi perdo. Preferisco l’impulso, il tratto di getto, che fissi la rapidità di un’idea. Ecco che quindi ogni matita, ogni penna, ogni pastello torna utile al caso. Strumenti leggeri, versatili, facili da portare ovunque. Nel caso della pittura il discorso si ripete: l’acrilico, l’acquarello o la tempera mi consentono, in varie forme, di raggiungere la nitidezza dell’immagine in una sostanziale agilità. Ci sono, tuttavia, dei momenti in cui mi rendo conto che tutto questo non basta. E dunque mi diverto a giocare con materiali nuovi, anche non tradizionali. Purtroppo non sono ancora riuscito a dare una forma ragionata a questa ricerca. Forse per indole caotica, o per una disaffezione sistematica agli aspetti tecnici che ogni lavoro creativo necessariamente richiede. A questo proposito spero di migliorarmi col tempo.

5 – Altra forma d’arte che accosti alle immagini è il cinema. Oltre alla magia del movimento quale altro valore aggiunto può dare l’audiovisivo alla staticità delle immagini?

La necessità di riprodurre una visione ha inequivocabilmente un potere di seduzione. Il cinema arriva laddove un’immagine fissa, sia essa un disegno o una fotografia o altro, non può arrivare. Ci sono momenti in cui è sufficiente la fissità, ma il movimento di una visione ha una una forza comunicativa dirompente e universale della quale è difficile non innamorarsi. In più, il cinema, l’immagine in movimento, consente un’osmosi di contaminazioni, creative e professionali, che una volta messe a fuoco generano grande ricchezza civile ed economica.

6 – Che consigli vuoi dare a giovani come te che si stanno, o che sono intenzionati, ad affacciarsi all’arte del disegno e dell’illustrazione?

Accumulerei considerazioni che rivolgo quotidianamente a me stesso: come molte altre professioni, questa può dare con facilità delusioni e frustrazioni, se raffrontate all’ambizione cocente che può muovere la mano di un disegnatore. E’ sempre fondamentale ricordarselo con costanza, cercando di non montarsi troppo la testa. Mi verrebbe quasi da attingere a un proverbio che descrive bene chi, come me, è cresciuto a Bergamo: “fiàma de rar, sota la sènder brasca”, ovvero “(il bergamasco) raramente lancia fiammate, ma sotto la cenere cova una brace che arde costante”. Concorrenza feroce e svalutazione economica dominano attualmente il mondo del lavoro in molti campi, compreso questo. Il mio consiglio, riallacciandomi al proverbio, è di mantenere viva la brace che muove la mano e il pensiero verso una professione come questa, anche se strati e strati di cenere potranno offuscarne temporaneamente l’ardore.

7 – Quali sono gli artisti che più ti hanno ispirato?

Ci sarebbe da dilungarsi fino all’inverosimile. La bulimia di stimoli che mi hanno condizionato è voluminosa. Cercherò di selezionarne alcuni, tra loro molto diversi. Per la capacità impressionante di sintesi comunicativa seguo l’insegnamento di maestri come Egon Schiele e Toulouse-Lautrec. Sento fortissima l’esperienza del Simbolismo e dell’Art Nouveau europea, insieme all’Espressionismo pittorico mitteleuropeo. L’esperienza narrativa lungimirante di Dino Buzzati e di Emile Zola. La testimonianza meravigliosa della musica di Gustav Mahler e Dmitrij Shostakovich. Ma anche, per fare un salto, la libertà dirompente e universale di Lady Gaga e dei Die Antwoord. L’eleganza spietata di Michael Nyman. Ma sono pochi, pochissimi grandi tra i grandi che occupano quotidianamente la mia mente.  Sto saltando disgraziatamente di palo in frasca ma, garantisco, è la sincera bulimia con cui mi cibo del mondo.

Per apprezzare ancora di più la poetica di Francesco Quadri, addentrarci tra le svariate sfaccettature della sua arte, trascrivo una sua riflessione notturna.

“Il bancone ha su di sè il peso di un gregge informe e sparpagliato. Governa muto schiere di uomini. Regge il peso dell’anima ferita di ogni bevitore, regge la pazienza di ogni barista, in quell’ora del lupo a cavallo tra la notte e il giorno. Regge schiere di scomodi gomiti incalliti dall’indolenza del vivere pensoso. Regge le attese, il desiderio di una telefonata, di uno sguardo, di un’attenzione, le speranze, le aspettative del giorno dopo, i fallimenti annunciati, gli sproloqui voluti e le battute laide, rapprese nel catarro alcolico di ogni sorso di grappa. Il bancone è il più saggio confidente di ogni persona sola; In quanto zitto, attento e immobile.”

Se invece siete interessati alle opere e al suo lavoro, realizza opere anche su commissione, e volete contattarlo per maggiori informazioni, questa è la sua email: francesco.quadri@alice.it

Il link della sua pagina ufficiale di Facebook: https://www.facebook.com/francesco.quadri.art/?fref=ts

BUON ARTE!

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